Flat Tax – qualche consiglio per valutare correttamente il regime forfettario

A chi conviene? Come fare le valutazioni? Vediamo come orientarci in un regime sicuramente atipico

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Se sicuramente un regime di tassazione non a scaglioni con una aliquota non altissima è un obbiettivo che risulti particolarmente allettante per un’azienda, anche per una questione di semplificazione fiscale, l’attuale introduzione presenta evidenti criticità.

Partiamo dalla premessa che la legge attualmente in vigore non porta all’introduzione di una vera flat tax ma piuttosto di una estensione del regime a forfeit già in vigore nel periodo di imposta 2018. Ad aggi questo regime, che è sempre stato allettante per le nuove attività, prevede volumi massimi di fatturato in base al codice Ateco, cioè in base all’attività svolta. Le agevolazione che ne consegue è una tassazione su un reddito definito forfettario e l’esenzione da IVA e ritenute d’acconto. Al reddito viene infatti applicato un coefficiente variabile (ad esempio per molte attività è il 68%) per ottenere il reddito imponibile e su questo vengono calcolate imposte e contributi.

Facciamo un esempio numerico per capire meglio. Una azienda fattura e incassa 30.000 euro, su questi sono considerati imponibili in base al codice ATECO 20.400 euro (30.000 x 68%). Viene calcolata quindi una tassazione del 15%, se non parliamo di una nuova attività, cioè una tassazione pari a 3.060 euro.

E’ implicito in questo regime che conviene alle attività che hanno bassi costi di gestione poiché la base imponibile è definita forfettariamente e quindi non ha collegamento con le spese effettivamente sostenute dall’azienda. Sono poche le attività che abbiano realmente un margine operativo pari a quello delle tabelle previste (ogni 100 euro incassati, 68 euro, nel nostro esempio, dovrebbero essere di utile per poter mantenere la stessa base imponibile).

Interessante è considerare però l’esenzione dall’IVA per le attività che commerciano con il privato, poiché è immaginabile che le tariffe applicate al cliente finale non cambino (ad esempio un parrucchiere) e che quindi l’IVA che ad oggi veniva riversata diventa un vero e proprio ricavo per l’azienda.

Precisiamo inoltre come questo regime non da diritto alle detrazioni da lavoro dipendente e eventuali spese detraibili personali e quindi la tassazione complessiva possa addirittura risultare sfavorevole in molti casi.

Immaginiamo però un caso estremo. Un contribuente che abbia un reddito pari a 65.000 euro e costi per l’attività pari a 2.000 euro. Il risparmio complessivo tra tasse e contributi con il nuovo regime ammonterebbe a circa 12.000 euro.

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LA NOSTRA SOLUZIONE:

Per le attività già esistenti potremo valutare con precisione la possibilità di accesso al nuovo regime. Stimare costi e differenze di imposizioni e valutare le eventuali conseguenze dell’adesione al nuovo regime. Una stima precisa permette di compire una scelta informata e quindi giusta.

Per le nuove attività invece valutare benefici e svantaggi del regime alla luce delle criticità di una nuova azienda è sicuramente un lavoro da affrontare con la massima cura.

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